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Neonata morta dopo tre giorni all’ospedale di Oderzo: «Ginecologa allertata in ritardo»

Per i consulenti della Procura di Treviso, invece di agire con la ventosa, avrebbe dovuto fare subito un cesareo

ODERZO. Fatale quella sera del parto fu il ritardo di 20 minuti con cui l’ostetrica avvisò la dottoressa De Vita che il quadro clinico del travaglio s’era notevolmente complicato e la decisione da parte di quest’ultima di estrarre la neonata con la ventosa invece che disporre subito il taglio cesareo.

Sono queste, in sintesi le conclusioni dei consulenti della procura, esposte ieri in aula, al processo alla dottoressa Maria Grazia De Vita, 48 anni di Sacile, la ginecologa di turno nell’ospedale di Oderzo quella drammatica sera del 28 giugno 2016 in cui nacque Agata Maria, deceduta all’ospedale di Treviso dopo tre giorni di vita.

Il medico (difeso dall’avvocato Marcello Stellin) è accusato di omicidio e lesioni colpose. La madre della piccola, assistita dall’avvocato Giuseppe Triolo, ha ritirato la parte civile dopo aver ottenuto un congruo risarcimento.

Ieri i consulenti del pubblico ministero Massimo De Bortoli, che, dopo aver indagato l’intero reparto dove avvenne la tragedia, ha deciso di procedere solo nei confronti della dottoressa De Vita, hanno esposto le loro conclusioni. «Quando si sono accorti che c’erano dei problemi - hanno detto i consulenti della procura - avrebbero dovuto portarla subito in sala parto, per fare un cesareo. Ci sarebbe voluto un intervento medico».

«Le ostetriche avrebbero dovuto considerare che si trattava di un travaglio ad alto rischio e allertarsi immediatamente. Tanto più che, alle 22. 20, il tracciato del monitor diventa drammatico, a quel punto il medico avrebbe già dovuto essere in sala parto. Invece viene chiamato alle 22. 32 e arriva alle 22. 34».

Ci volevano azioni precise, dall’attivazione delle procedure d’urgenza in poi. Era stata usata la ventosa e non era corretto, secondo i consulenti, perché non c’erano contrazioni e spinte efficaci.

L’operato dei sanitari era censurabile per due motivi: ritardo nell’allerta del medico di guardia da parte delle ostetriche; scelta da parte del medico della ventosa, che è risultata inefficace, anzi ha provocato dei danni». Un ritardo di venticinque minuti del cesareo, che ha provocato gravi danni nella piccola, per il mancato apporto di ossigeno al cervello.

Secondo il consulente della difesa, invece, la manovra con la ventosa non era da censurare ma anzi corretta e in linea con procedure d’urgenza di quel tipo.

Al termine dell’udienza, tenutasi davanti al giudice Francesco Sartorio, è stato disposto un rinvio del processo a fine marzo per la discussione e l’eventuale sentenza.

Pubblicato su La Tribuna Di Treviso