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«Giuliana non è andata via al buio da sola»

Il 12 dicembre il caso Moreira va in Cassazione. L’avvocato Fadalti presenta una memoria sulla ricostruzione dei fatti

ODERZO. Giuliana aveva due anni. E, come tutti i bimbi della sua età, aveva paura del buio. Per lei, poi, era pure qualcosa di più di una paura qualunque. Se il pallone, durante un gioco, finiva in un angolo buio del giardino, lei si bloccava, piangeva, e il gioco finiva. Perché allora, quella maledetta sera di fine estate di cinque anni fa, quando sarebbe stata “persa di vista” dalla sua mamma, Simone Moreira, si sarebbe fatta inghiottire dall’oscurità? Giuliana, al posto che dirigersi verso la luce dell’auto di sua madre, a pochi metri da lei, avrebbe girato i piedini (scalzi) e sarebbe corsa verso il Sile, verso la morte. Il 12 dicembre il caso tornerà in aula, di fronte ai giudici della Corte di Cassazione. Il papà e la nonna di Giuliana, Michele Favaro e Anna Maria Francescotto, assistiti dall’avvocato Luigi Fadalti, del foro di Treviso, hanno presentato ricorso contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Venezia che aveva condannato Simone a due anni e sei mesi di reclusione per il reato di omicidio colposo. Per papà e nonna quella sera non è avvenuto nulla di accidentale: Simone ha ucciso volontariamente la figlia. Alla base della sentenza d’Appello, secondo i ricorrenti (ma è dello stesso parere la Procura generale di Venezia, che si è pure rivolta alla Cassazione), ci sarebbe un errore di fondo: l’assunto che la reazione di una bimba di due anni e mezzo, che si rende conto di aver perso il contatto con la madre, possa essere illogica, imprevedibile. Che sia possibile quindi che la piccola si sia diretta di sua spontanea volontà verso il buio e l’ignoto. Secondo la sfilza di risultanze probatorie acquisite, invece risulta chiaro che «la regola di comune esperienza» rilevata dalla Corte d’Assise d’Appello non trova riscontro nella realtà. A maggior ragione quella sera di settembre, nella piazza di Oderzo, dove brillavano sicuri almeno due punti luce: la gelateria e il ristorante erano infatti illuminati. Ma non basta: c'era anche un terzo punto luce, quello della vettura della madre. «Se Moreria avesse detto il vero circa il fatto di essersi momentaneamente allontanata da Giuliana per aprire la sua vettura e prelevarvi alcuni oggetti», si sottolinea nella memoria, «vi sarebbe stato un terzo punto luce a pochi metri dalla bambina e cioè quello dell'abitacolo della vettura della madre: in tal modo Giuliana, se fosse stata davvero lasciata sull'aiuola spartitraffico e avesse per qualche frazione di secondo perso di vista la madre, qualche istante dopo avrebbe facilmente veduto pure la madre». In definitiva: Giuliana mai sarebbe andata sola verso il fiume buio, qualcuno ce l'ha portata e buttata. E, secondo la parte civile, quel qualcuno è Simone. Il 12 dicembre il caso tornerà in aula per la terza volta. In primo grado la donna (accusata di omicidio volontario) era stata condannata a dieci anni per abbandono di minore. In Appello la condanna era stata riformulata: due anni e mezzo per omicidio colposo.

Pubblicato su La Tribuna Di Treviso