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Trovato morto in casa Dieci giorni dopo non ha ancora un nome

CONEGLIANO

Dopo una decina di giorni rimane ancora avvolta nel mistero l'identità dell'uomo che è stato ritrovato cadavere all'interno di una casa disabitata e fatiscente in via Pittoni. L'individuo, dell'età apparente tra i 40 e 50 anni, probabilmente un clochard di origini africane, era già deceduto da oltre una settimana al momento del ritrovamento e non è stato possibile identificarlo nemmeno dalle impronte digitali. Non risultano denunce di scomparsa nel periodo del ritrovamento e non sono stati trovati riscontri negli accertamenti degli inquirenti. Era stato ritrovato nel pomeriggio del 16 luglio, in un edificio di proprietà della parrocchia di San Rocco. A fare le tragica scoperta era stato proprio il parroco don Alberto Basso, che nella successiva messa domenicale ha invitato i fedeli a pregare per il defunto. La vicenda che ha colpito la comunità di San Rocco, è avvenuta nel pieno centro di Conegliano senza che nessuno se ne accorgesse, senza che nessuno si fosse reso conto di quella situazione di emarginazione sociale. Così la vicenda è stata spunto di riflessione per don Alessio Magoga, direttore del settimanale diocesano L’Azione, sulla situazione sociale in città.

«Questo ci interroga sulla qualità e sulla tenuta delle relazioni all’interno delle nostre comunità, civili o religiose che siano – ha scritto il direttore de L'Azione, un pensiero condiviso da molti coneglianesi - l’impressione è che l’individualismo di questi ultimi decenni abbia prodotto ampi arcipelaghi di isolamento in cui la solitudine impera, persino nel momento della morte. Un’altra serie di considerazioni riguarda il contesto di disagio che attanaglia fasce non piccole della comunità coneglianese. Anche Conegliano quindi, come altre città d’Italia, appare come una comunità con tante incertezze. Il processo di integrazione tra le sue diverse componenti è lungi dall’essere un dato di fatto, una realtà concreta. Un problema sociale, quindi, si pone anche per Conegliano. Vi è, certamente, chi si impegna per offrire sicurezza, per ricucire e tessere relazioni, per dare aiuto. E in questo ambito assumono un ruolo di grande rilievo le diverse associazioni di volontariato presenti sul territorio: la Croce Rossa, la Caritas, la San Vincenzo, la comunità di Sant’Egidio, i padri Cappuccini, la Casa Murialdo. Tuttavia fanno quel che possono. Molto è necessariamente affidato alle istituzioni». —

Pubblicato su La Tribuna Di Treviso