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Addio a Fiorella Mancini, stilista della provocazione

VENEZIA-PREGANZIOL. Non aveva nemmeno bisogno del cognome, così come non si curava dell’età, delle fisime o delle convenzioni. Era Fiorella, Fiore per gli amici, la frangia sbarazzina, i Rayban a goccia, una maglietta per provocare, ora contro le grandi navi, ora contro lo spopolamento, l’irriverenza come linguaggio supremo. Fiorella Mancini pareva vivere sempre nel futuro, un passo davanti, un po’ più anticonformista degli altri, trillante come la sua voce, audace ma capace di estrema riservatezza, come quella che ha voluto come compagna nei suoi ultimi mesi di malattia.

La stilista, designer, artista, performer, che viveva tra Venezia e Preganziol, moglie dell’architetto Plinio Danieli, è morta ieri pomeriggio nella sua casa, a 78 anni, poche settimane dopo aver cercato – e forse trovato nello stilista americano Rick Owens – un erede delle sue creazioni. «Fiorella non aveva mai tempo», dice il marito, che l’ha adorata per tutta la vita, «era sempre di corsa, sempre indaffarata. Ora la sua arte non deve andare perduta».

La sua arte era qualcosa di non catalogabile, così come il suo estro non era umanamente arginabile. Fiorella era capace di innalzare il teschio a feticcio e metterlo ovunque, bicchieri inclusi, di inventare dogi di legno con le tette a grandezza naturale, bambole assassine, madonne peccatrici.

Il suo atelier, in campo Santo Stefano a Venezia, aperto nel 1968, era un laboratorio che sapeva contenere tutto, il gotico, il surreale, il trascendentale, il pop, moltissimo rock, un dragone cinese di seta sul soffitto, un migliaio di capi pezzi unici, le scritte al neon, i perizomi di paillettes, le giacche di velluto con stampa Fortuny (oggetto di furto) che l’artista colorava, sfumava e che Sting, Elton John, Philippe Starck hanno indossato in giro per il mondo.

La dissacrazione come attitudine permanente l’ha resa incarnazione perfetta degli anni Ottanta, quando era amica di Gianni De Michelis e nel palazzo in riva al Canal Grande, con Gianni a centro pista sudato ma felice, si ballava fino al mattino. Il tramonto dei socialisti non l’ha sfiorata. Semplicemente, insieme all’affetto per i vecchi amici, ne sono arrivati di nuovi. Ogni Biennale aveva un suo happenig da Fiorella, ogni evento internazionale finiva in qualche modo nelle sue creazioni.

«Dopo 30 anni di attività, le difficoltà di questo periodo mi stanno spingendo verso la cessione del mio atelier. Ma cerco qualcuno che continui il mio percorso: fuori dagli schemi» aveva detto meno di un mese fa al nostro giornale. Ieri, nel suo sito, lampeggiava una bara e la scritta “My little house”. La data dei funerali sarà fissata nei prossimi giorni. —

 

Pubblicato su La Tribuna Di Treviso