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Operaio morto mentre tagliava la siepe La Corte di Cassazione assolve i titolari

L’incidente del giugno di sei anni fa risultò fatale per un 50enne dipendente della cantina Le Rive Gli imprenditori Luisa Bellussi e Bernardo Piazza erano stati condannati nei primi due gradi di giudizio

/ vidor

La Corte di Cassazione ha ribaltato le sentenze di condanna dei processi di primo grado e d’Appello e ha assolto perché il fatto non sussiste Luisa Bellussi, 51 anni, e Bernardo Piazza, 57 anni, titolari delle Cantine Ceviv e Le Rive, per l’incidente sul lavoro che costò la vita al dipendente Adriano Da Re. Entrambi, nei precedenti gradi di giudizio erano stati condannati ad un anno di reclusione per omicidio colposo in quanto, secondo la procura di Treviso, non erano state rispettate le norme di sicurezza sul posto di lavoro. Il ribaltamento della sentenza, che ha accolto così accolto le tesi difensive dei legali Piero Barolo e Italo Albanese, rappresenta un fatto non così comune tra i giudici della Suprema Corte, che in genere annullano le sentenze rinviando però il caso ad altre sezioni della Corte d’Appello. In questo caso, l’assoluzione, con conseguente cassazione delle precedenti sentenze, rappresenta un pronunciamento nel merito da parte degli Ermellini.

Colpo di scena, dunque, nel procedimento che ha avuto origine il 23 giugno 2014 con la morte sul posto di lavoro dell’operaio Adriano Da Re, all’epoca 50 anni, originario di Farra di Soligo. Quel giorno, Da Re rimase vittima di una caduta da un’altezza di due metri e mezzo, mentre potava una siepe della cantina per la quale lavorava, in via Rive a Vidor, su una gabbia metallica elevata da un muletto manovrato da un collega. Una caduta che nelle ore immediatamente successive all'incidente non sembrava potesse avere conseguenze così drammatiche. L'uomo, ricoverato al Ca' Foncello di Treviso, non era però mai uscito dal coma. Dieci giorni più tardi, la morte di da Re in un letto del reparto di rianimazione dell’ospedale Ca’ Foncello di Treviso.

Il grave incidente mortale innescò un’inchiesta della procura della Repubblica di Treviso che indagò e poi ottenne il rinvio a giudizio dei titolari della cantina di Vidor che dava lavoro alla vittima, Luisa Francesca Bellussi e Bernardo Piazza «perché - secondo l’accusa - ai lavoratori non era stata fornita un'attrezzatura adeguata a mantenere condizioni di lavoro sicure, in relazione all'altezza, di protezione contro cadute dall'alto e sollecitazioni derivanti dal movimento del mezzo di trasporto».

L’avvocato Barolo, assieme al collega Albanese, invece ha sempre sostenuto, producendo agli atti numerosa documentazione tra cui le fatture, che per il taglio di quella siepe era stato ingaggiato un giardiniere esterno regolarmente pagato per questo e dunque l'assemblaggio del muletto con le gabbie di bottiglie era stata una iniziativa autonoma dei due dipendenti, fatta all'insaputa dei datori di lavoro.

Il processo, compresi i tre gradi di giudizio, è durato complessivamente quattro anni. Il tribunale di Treviso, con il giudice Marco Biagetti, condanno i due titolari complessivamente ad un anno di reclusione, ravvisando la loro responsabilità nella morte del dipendente. Sentenza che fu poi confermata dai giudici della Corte d’Appello di Venezia.

Pochi giorni fa, i giudici della Corte Suprema hanno ribaltato le due precedenti sentenze assolvendo nel merito i due imprenditori perché il fatto non sussiste.—

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Pubblicato su La Tribuna Di Treviso