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Rugby: si è spento Natalino Cadamuro, fondatore della Tarvisium

Fu numero uno degli arbitri italiani, e stimato internazionale. «Riferimento straordinario per tutti». Era anche sommelier

TREVISO. È spirato ieri alle 20 in un letto dell’ospedale Santa Lucia di Trento: la leucemia, dopo oltre 10 anni di battaglia, ha piegato la sua strenua resistenza, che aveva più volte stupito i medici. . Natalino Cadamuro non è riuscito a riconoscere gli amici più cari, andati a trovarlo. Da giorni aveva chiesto ai medici di non accanirsi con la terapie. «Vado di là», aveva confidato agli amici pochi giorni fa.

Il rugby trevigiano e italiano è in lutto, piange uno dei suoi esponenti più grandi. Aveva 74 anni, Natalino (nato il 25 dicembre 1945 a Spresiano), per tutti il «Nata». Aveva fondato la Tarvisium, il 2 agosto 1969, al bar da Bepi sulla Noalese (e non era riuscito a partecipare ai recentissimi festeggiamenti per i 50 anni), ribellandosi alla società parrocchiale e creando un modello sportivo a fortissima impronta politica con i lieviti di quegli anni, a cominciare dalla magliette rosse. Allenatore e presidente, aveva poi intrapreso la carriera da arbitro che lo aveva portato ad essere il numero uno in Italia, primo grande internazionale invitato in Inghilterra e in Francia, e a dirigere match allora impensabili per il nostro rugby (ben 25 fra campionati esteri e test).

Aveva esordito in A nel 1974: univa come pochi grande bagaglio tecnico, polso, lettura del gioco una feeling straordinario nell’interpretarlo. Avrebbe diretto 230 incontri, senza le finali scudetto: in quanto trevigiano, non poteva dirigere il Benetton. Ma diresse il primo derby Benetton-Tarvisium, in A1, il 5 gennaio 1991, pochi giorni dopo la scomparsa di Livio Zava.

Aveva appeso il fischietto nel 1992. E stato un modello, un riferimento assoluto per gli arbitri e per i dirigenti italiani: avrebbe meritato la World Cup 1987 e 1991, ma pagò lo scarso peso della Federazione. Ed è stato un formatore prezioso per tutti.

Tecnico e funzionario dell’Enel, a Venezia e poi a Roma, aveva lasciato tutto per aprire un B&B ad Orvieto, il “casa Selita”. Ed era divenuto uno dei sommelier più apprezzati d’Italia: presidente regionale umbro e anche campione d’Italia. Ennesima passione di una vita libera, laica, impegnata sempre, profonda.

Ma con il cuore era rimasto alla Tarvisium, sua creatura diventata grande. «Un laboratorio umano e sportivo formidabile», lo amava definire.

«Se c’è la Tarvisium, lo si deve solo a lui, senza non sarebbe mai nata», lo piange commosso Ino Pizzolato, uno dei fondatori Tarvisium, allenatore da “solo” 47 anni, «ha dato un’impronta e una determinazione che è stata di esempio per tutti. I risultati ottenuti sono figli di quel suo marchio inconfondibile, impresso allora: un modo speciale di vivere il rugby»

Vastissimo il cordoglio. Ieri sera, in pochi minuti, è scattato il tam tam, dal San Paolo alla piazza, da San Giuseppe ai mille locali dove si respira rugby. «Adesso arbitra in Paradiso, grande tra i grandi», ha detto più di qualcuno. Lacrime e commozione ovunque. In lutto ben 5 decenni di magliette rosse cresciute alla sua formidabile scuola, ma anche il folto gruppo arbitrale di Treviso “figlio” suo”.

A Orvieto lascia la moglie Selita e la figlia Elena, nella Marca il figlio Stefano, nato da un’unione precedente, e un fratelli (un altro lavora in Cile). Non è ancora decisa la data del funerale: si terrà con rito civile. —

 

Pubblicato su La Tribuna Di Treviso